FAQ

AVVENTISMO

A cura di Dora Bognandi


Perché avete questo strano nome: Chiesa Cristiana Avventista del 7° Giorno?

Questo nome indica due peculiarità della nostra denominazione:
Il termine “avventista” manifesta la nostra fede nel ritorno di Gesù Cristo in gloria. Cristo è venuto una prima volta per farci conoscere il vero volto di Dio Padre e per salvarci. Ritornerà, come lui stesso ha affermato nel “Padre Nostro” e nella promessa fatta prima della sua ascesa, anche se non sappiamo quando questo meraviglioso evento si realizzerà.
Il 7° giorno biblico è il sabato e va dal tramonto del sole del venerdì al tramonto del sabato. Gli avventisti trascorrono molte ore del sabato assieme. Si dedicano allo studio della Bibbia, al culto di adorazione, ai canti, alle preghiere, alla testimonianza. Periodicamente, sempre di sabato, celebrano i riti (Battesimo per immersione e Santa Cena). Di solito consumano il pranzo assieme e poi si dedicano a diverse attività pomeridiane che riguardano gli scout, i giovani, le famiglie, ecc.

Che cosa vi distingue dal cattolicesimo?

Noi affondiamo le nostre radici nel Protestantesimo storico, per cui condividiamo i quattro principi che lo caratterizzano: solo Cristo, sola grazia, sola fede, sola Scrittura. Per quanto riguarda l’organizzazione interna, pratichiamo un’ecclesiologia non gerarchica ma sinodale.

Siete cristiani, ma perché non battezzate i bambini?

Perché crediamo che la fede si debba scegliere e i bambini non hanno ancora questa facoltà. Gli adulti insegnano loro quello che ritengono giusto e trasmettono la loro fede religiosa, ma aspettano che i più piccoli facciano la loro scelta quando ne sono consapevoli e chiedano personalmente il battesimo.
Credete anche voi nell’inferno?
No, noi non ci crediamo perché ci sembrerebbe veramente ingiusto un Dio che risponda al rifiuto, di alcuni o di molti anni, da parte dei suoi figli con una pena e dei tormenti che durano tutta l’eternità. Noi crediamo che una lettura attenta delle Scritture non ci autorizzi a credere questo.

 

EBRAISMO

a cura di Anna Coen

1) Ma tu sei ebrea o italiana?

R: Sono italiana ed ebrea, anzi romana; gli ebrei risiedono a Roma dal tempo dei primi antichi romani ….

2. Quando viene il vostro Natale?

R: non c’è Natale tra le nostre festività perché Natale ricorda la nascita di Gesù, non considerato da noi un essere divino; difatti crediamo in un Dio unico che non nasce, non cresce e non muore ma è Eterno

3. Perché non credete che Gesù sia il Messia?

R: perché noi crediamo che la venuta del Messia porterà pace e uguaglianza nel mondo e queste due cose non sono ancora state raggiunte

4. Credi all’inferno e al paradiso?

R.: nella nostra religione non esiste un riferimento esatto all’esistenza di un paradiso o di un inferno ma si pensa che dopo la morte si raggiungano i nostri cari e ci sarà, quando verrà il Messia, la resurrezione delle anime secondo la profezia di Ezechiele

5. È vero che non mangi il maiale perché è un animale sacro?

R.: no, non mangio il maiale perché è uno degli animali impuri come il cavallo; ci sono numerose prescrizioni riguardo al cibo. Queste prescrizioni tendono a rispettare il regno animale e, soprattutto a riflettere prima di mangiare, controllando ciò che mangiamo con grande attenzione. L’insieme di queste regole è la Casherut (l’insieme dei cibi adatti)

6. Com’è che i rabbini si sposano?

R.: perché essendo coloro che si occupano, oltre che del culto, anche dei problemi umani della comunità, è bene che vivano in prima persona i problemi che nascono dalla famiglia, dal rapporto di coppia e dall’educazione dei figli

BUDDHISMO

a cura di Mariangela Falà

1. Il buddhismo è una religione?

R:Questa domanda di sapore antico, che riporta alle definizioni diverse su che cosa possa essere inteso con il termine religione, sembra essere ancora all’ordine del giorno in occidente e talvolta anche in oriente. Alcuni elementi importanti di ciò che generalmente definiamo come religione sono totalmente assenti all’interno dell’insegnamento del Buddha. Primo fra tutti la presenza di un Dio creatore trascendente o immanente. Buddha Sakyamuni non è Dio, né figlio di Dio, né parla a norme di Dio e nei suoi insegnamenti non viene mai citata l’esistenza di un essere divino onnisciente, onnipotente e immortale. Anzi tale questione fa parte di quelle domande a cui il Buddha non diede mai risposta.Non è una questione da poco conto, in quanto alcuni principi fondamentali del buddhismo mal si adattano alla definizione classica del termine religione. Gli insegnamenti del Buddha non si presentano come un insieme di dottrine e rituali legati alla concezione di un ambito sacro distinto da uno profano, i termini sacro e profano per essi non hanno alcun valore dottrinale, non vi è distinzione: si potrebbe a buon titolo dire che tutto è sacro o, viceversa, che tutto è profano. Inoltre nulla ci permette di pensare che Siddhattha Gotama abbia mai in pensato di fondare una religione, una setta o culto legato al suo nome Il suo insegnamento ha cominciato a divenire una religione dopo la sua scomparsa o entrata nel parinibbana (la completa estinzione) e l’organizzazione di culti legati alla venerazione delle reliquie che, secondo la tradizione, ma non vi sono dati storicamente accertati, vennero divise tra i regnanti dell’epoca e custodite in stupa. Il Buddha era un uomo, non un Dio, né figlio di Dio, né profeta di Dio, un uomo seppure un uomo illuminato o meglio risvegliato alla sua natura profonda. Un risveglio conseguito non grazie a forze esterne o sovrannaturali o a una rivelazione divina, ma con determinazione, perseveranza e pratica di etica, comprensione e contemplazione: da questo ne consegue che ogni esser umano, chiunque, con un cammino di purificazione e trasformazione interiore, può conseguire il medesimo risveglio.L’uomo ha il potere di liberarsi da tutti gli impedimenti per mezzo del suo sforzo personale, della sua intelligenza e del lavoro di introspezione. Se dobbiamo considerare il Buddha come un ‘salvatore’, lo è solo nel senso che ha scoperto e mostrato il Sentiero che con¬duce alla Liberazione, al Nirvana. Ma noi dobbiamo percor¬rere il Sentiero da soli, nessuno può farlo al nostro posto, l’impegno è personale.

2. Il buddhismo è una filosofia ?

R:Spesso il buddhismo viene definito come una filosofia ma anche in questo caso c’è da fare qualche seria considerazione . Come per una religione fondamentale è la fede in un Dio creatore, la filosofia, secondo i dizionari, è una scienza fondata su delle conclusioni logiche e sulla ragione, un insieme di ricerche tese a comprendere le cause prime, la realtà assoluta così come i valori umani fondamentali. Le “teorie” buddhiste non sono fondate su argomentazioni e ragionamenti, non sono neanche il risultato di una riflessione sull’apparenza ma sono delle constatazioni basate su una saggezza vissuta ed esperienziata di cui il Buddha Sakyamuni è stato l’esempio. Il Buddha ha percorso un suo cammino e lo ha poi indicato. Non si tratta di disquisire su di esso, cercarne le cause prime, formulare delle ipotesi da verificare, ma si tratta di sperimentare e, sulla base di questa esperienza ragionata, accettarlo o meno. L’atteggiamento del Buddha infatti è stato sempre eminentemente pratico senza voler mai convertire qualcuno, se questo avveniva era una conseguenza non ricercata.

3. Il Dalai Lama è il Capo del buddhismo?

R:Non è propriamente vero. Il Dalai Lama è considerato il leader spirituale del buddhismo tibetano.Nel XIV secolo il grande riformatore del buddhismo tibetano Tsong Khapa (1357-1419 fondò la scuola dei Berretti Gialli o Ghelugpa (i Virtuosi) dal colore del proprio ornamento. La successione alla guida della tradizione Ghelugpa fu istituzionalizzata nel tempo in due figure: il Panchen Lama (Lama Gioiello) per la parte spirituale e il Dalai Lama (Lama la cui saggezza è grande come l’Oceano) per il potere temporale.Dalai in mongolo significa oceano e tale fu l’appellativo che venne dato dal khan mongolo Altan Khan alla terza reincarnazione riconosciuta del primo discepolo di Tsong Khapa, manifestazione del bodhisattva Avalokitesvara (Cenresi in tibetano), il bodhisattva della Suprema Compassione. Fino alla conquista cinese e alla successiva fuga dal Tibet, il Dalai Lama risiedeva nel monastero Potala di Lhasa ed era il capo anche temporale del popolo tibetano. Tenzin Gyatso, premio Nobel per la Pace nel 1989, è oggi il XIV Dalai Lama.Il Dalai Lama pertanto nonostante il suo ampio potere non è propriamente il capo religioso di tutto il buddhismo tibetano né tanto meno del buddhismo in generale, ma della scuola Gelugpa anche se oggi tutte le scuole buddhiste lo onorano come grande Maestro e soprattutto espressione unificante del popolo tibetano in esilio.

4. Le statue cinesi rappresentano il Buddha come un essere con una grande pancia, era così?

R:ll Buddha non era affatto grasso, come i più credono, ma era anzi snello, molto ben proporzionato e aveva un portamento regale. Inoltre, si può facilmente immaginare come sia arduo accumulare anche un solo filo di grasso facendo soltanto un pasto frugale al giorno, come richiesto ancor oggi dalla regola dei bhikkhu (monaci buddisti) dettata e osservata prima di tutti dal Buddha in persona. Infatti, gli artisti buddhisti più antichi lo rappresentarono snello e flessuoso, secondo i dettami dell’ideale ascetico che lo stesso Shakyamuni incarnava. Nemmeno l’iconografia più tarda lo ha mai raffigurato grasso, ma solo possente, come, del resto, vengono rappresentati anche gli dei indù, come Rama, Krishna, Shiva ecc. in ossequio all’ideale di bellezza del popolo indiano, che aborre la magrezza, in quanto status-symbol di povertà. E allora, chi rappresenta la statua con un ampio ventre che ha colpito l’immaginario collettivo dell’Occidente, che erroneamente lo confonde col Buddha? Il Buddha grasso che ride è P’i-pu-tai Ho-shang (che significa Piccolo-monaco Sacco-di-cuoio), abbreviato, per comodità, in Pu-tai. Si tratterebbe d’un lontano seguace cinese del Buddha, vissuto – pare – nel 900 dopo Cristo. Si dice che abbia condotto una vita da gaudente e poi, sazio delle gioie della vita, si sia dedicato con tale impegno alle discipline ascetiche da raggiungere l’illuminazione, meritandosi così l’appellativo di Buddha. È raffigurato come un monaco col capo rasato, ridente ed obeso, che impugna o s’appoggia a un sacco di cuoio – da cui il nome – contenente tutte le gioie terrene. Spesso leva in alto un braccio, o tutt’e due, tenendo nelle mani un fiore e un frutto . È simbolo e augurio di appagamento dei sensi e di tutte le gioie materiali. Poiché ha goduto tutti i piaceri dell’esistenza ed ha per giunta conseguito il risveglio, è molto popolare e viene invocato dal popolo perché aiuti a conseguire le gioie materiali e l’appagamento dei sensi unitamente alla realizzazione spirituale. Pu-tai in giapponese è divenuto Hotei.